Bartolomeo Mancini (Firenze, 1670 circa - Roma, 1727), Madonna del dito

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Bartolomeo Mancini (Firenze, 1670 circa - Roma, 1727) Madonna del dito Olio su rame, cm 25 X 17 Cornice cm 35,5 x 29,5   Il dipinto si ispira alle composizioni mariane di Carlo Dolci, ma evidente è la corrispondenza con le opere da ricondurre al suo più fedele...
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Bartolomeo Mancini (Firenze, 1670 circa - Roma, 1727)

Madonna del dito

Olio su rame, cm 25 X 17

Cornice cm 35,5 x 29,5

 

Il dipinto si ispira alle composizioni mariane di Carlo Dolci, ma evidente è la corrispondenza con le opere da ricondurre al suo più fedele seguace, Bartolomeo Mancini. Ben poche sono le notizie che lo riguardano. Attivo negli ultimi decenni del XVII secolo, artista abilissimo tecnicamente, opera nel solco della tradizione del maestro. Nella versione originale, la Madonna del dito è una pittura a olio su rame, conservata nella Galleria degli Uffizi di Firenze, realizzata tra il 1660-1680 dal pittore fiorentino Carlo Dolci, diventa così un modello ripreso e imitato dai suoi seguaci. La Madonna del dito è così chiamata perché, dall’azzurro manto della Vergine, spunta il dito indice di una mano. L’assorta e affettuosa dolcezza, l’eleganza e la nobiltà del viso della Madonna, l’intatta materia degli incarnati dipinti con estrema finitezza, con rimandi alla pittura olandese, la nitida messa a fuoco di ogni dettaglio, la predilezione per certi colori, e in particolare per i fondi blu scuro, in tutta la sua luminosa gamma cromatica del mantello, simbolo di divinità, infondono nel riguardante devozione, ammirazione e materno sostegno.

L’immagine sacra è una mezza figura ed è priva di movimento, ieratica e sublime, immobile in un momento cronologicamente indefinibile. Carlo Dolci probabilmente per la Madonna del dito si rifaceva al modello della Madonna Odigitria (colei che conduce, mostrando la direzione), un’iconografia cristiana diffusa in particolare nell’arte bizantina e russa del periodo tardo antico. L’iconografia è costituita dalla Vergine Maria con il Bambino Gesù in braccio, seduto in atto benedicente, che tiene in mano una pergamena arrotolata e che la Madonna indica con la mano destra (da qui l’origine dell’epiteto). 

Portavoce del verbo divino nell’arte fiorentina del suo tempo e autore di alcuni dei più noti prototipi sacri legati alla devozione popolare, Carlo Dolci ha legato saldamente il suo nome a modelli pittorici che, per la loro immediatezza narrativa e per la profonda spiritualità delle figure, hanno lasciato una scia indelebile nelle immagini di culto fino ai giorni nostri. È questo il caso delle celeberrime Addolorata e Madonna del dito, proposte con frequenza dall’artista e dai suoi adepti fino a Settecento inoltrato, utilizzate spesso, nel corso dei secoli, come immagi votive, soprattutto per i cosiddetti “santini”.

Furono discepoli del Dolci, in primo luogo, Onorio Marinari, suo stretto parente; su figlia Agnese, che bene imita la maniera del padre; Alessandro Lomi e Bartolomeo Mancini, ricordati per la precisione con la quale cercano di imitare il gusto del maestro, arrivando ad ottimi risultati, come ricordato dal biografo Filippo Baldinucci. Si osservano opere del Mancini apparse sul mercato, ottenendo quotazioni rilevanti, come la Madonna del dito (Sotheby’s, 2008). Vi è poi del Mancini un rame conservato presso la Galleria Palatina a Firenze che raffigura la 'Vergine addolorata' e che riporta a tergo la firma autografa e la data 1703. Quest’ultima ricorda per lo stile pittorico due tele ottagonali, anch'esse firmate, che Mancini dipinse per il granduca Cosimo III de' Medici nel 1687 e nel 1689 (Firenze, Galleria Palatina, Inv. nn. 276 e 280). Ancora si veda la Madonna del dito presso Casa Martelli, che riprende le due versioni alla Galleria Borghese e alla Galleria Corsini.

 

 

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