Giuseppe Chiacigh (1895-1967), Raduno dei cavalieri del Caucaso

AA-252221
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Giuseppe Chiacigh (1895-1967) Raduno dei cavalieri del Caucaso Olio su tela, cm 35 x 46 – cornice cm 50 x 61 Firmato, titolato e datato in doppia lingua sul retro, 1944 / X   Istantanea di vena storicista, il presente dipinto restituisce in modo incomparabilmente suggestivo...
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Giuseppe Chiacigh (1895-1967)

Raduno dei cavalieri del Caucaso

Olio su tela, cm 35 x 46 – cornice cm 50 x 61

Firmato, titolato e datato in doppia lingua sul retro, 1944 / X

 

Istantanea di vena storicista, il presente dipinto restituisce in modo incomparabilmente suggestivo l’orizzonte del Caucaso russo. Un rorido cielo, che solo un basso sprazzo di sole rompe da tergo, incombe al di sopra di un raduno militare. La definizione formale del cavaliere in primissimo piano sulla destra permette di collocare spazialmente e storicamente la scena figurata: gli abiti di rappresentanza indossati dal cavaliere, costituiti da uno spesso caftano amaranto, ampi pantaloni all’orientale impropriamente detti all’araba, alti stivali in cuoio e turbante bianco avvolto presumibilmente attorno ad un cremisi cahouk, nonché l’immancabile spada, dimostrano chiaramente che questi sia un mamelucco circasso, ovvero un milite dell’impero turco ottomano proveniente non già dalla Turchia ma specificatamente dalla Caucasia occidentale, da quella zona oggi chiamata Adighezia (Čerkessia in russo). La bardatura del destriero e l’arma sfoderata, una spada mamelucca e non ancora un’arma da fuoco, consentono di collocare il tempo della finzione scenica tra il finire del XV secolo e il XVII secolo, comunque dopo la costituzione di un effettivo impero dei Turchi Ottomani a scapito del millenario bizantino (sconfitto definitivamente con la presa di Costantinopoli del 29 maggio 1453). Oltre le due donne spettatrici riccamente velate da un tradizionale copricapo a decori ambrati, definito sulla fronte con un cerchietto, sulla sinistra attende in riga una schiera di cavalieri, chiusi lateralmente da un cavallerizzo munito di tamburi militari simili ai davul turchi, ma bombati sul fondo, fissati al garrese del cavallo; un soldato su destriero, dalle vesti e dalle sembianze maggiormente occidentali, capeggia, in attesa, il gruppo. Sullo spiazzo polveroso si agitano altri cavalieri, chi appena convenuto al raduno mentre rallenta la corsa del proprio cavallo, chi, in lontananza, approssimandosi a lento trotto. Sul limitare dell’orizzonte sono rapidamente tratteggiati altri cavallerizzi, tutti bardati per l’occasione e ben osservati dalla curiosa folla arrampicata sui naturali gradoni scoscesi dell’avvallamento. Poche e tratteggiate architetture accennano il minimo contributo dell’uomo all’interno del selvaggio ambiente naturale, fatto salvo che per una centrale ma spartana e diruta torre, raffrontabile alle case-torri da guardia tipiche delle ventose pianure caucasiche, oggi testimoniate perfettamente dagli esempi dell’Alto Svaneti (zona caucasica della Georgia, patrimonio mondiale Unesco).

Giuseppe Chiacigh (Vladikavkaz, Caucaso 1895-Trieste 1967), artista esterno a qualsiasi inquadramento accademico, fu estremamente versatile: mosaicista, architetto, decoratore e pittore, nacque in Russia perché i genitori vi esercitavano un’attività commerciale, ma mantenne la cittadinanza italiana. Si impegnò nel praticantato artistico presso l’Imperiale scuola superiore di architettura di Pietrogrado fino ai ruggenti anni della Rivoluzione del 1917, a seguito dei quali si ritirò a Udine e si iscrisse all’Accademia di Belle Arti veneziana, conseguendo il diploma in architettura. Fu progettista e direttore artistico di una florida vetreria a Murano, partecipando alle rinomate esposizioni fiorentine di arti decorative, ed espose instancabilmente, in veste di pittore, alle collettive di Roma, Firenze, Torino, Milano, alle sindacali ed alle intersindacali regionali. Le sue tele, dalle ricorrenti tematiche popolari e storiche caucasiche (battaglie tra tartari e cosacchi, gesta di Ivan il Terribile, cavalieri in atteggiamenti guerreschi), vennero elogiati da Vittorio Emanuele nel 1938.

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