Domenico Olivero (1679 – 1755), Gioco delle bocce

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Domenico Olivero (Torino, 1 agosto 1679 – 13 gennaio 1755) Gioco delle bocce Olio su tela, cm 43 x 65 Con cornice, 54,5 x 76   Perizia Prof. Alberto Crispo   Il dipinto qui illustrato raffigura dei contadini che giocano a bocce nei pressi di un casolare, mentre uno di loro...
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Domenico Olivero (Torino, 1 agosto 1679 – 13 gennaio 1755)

Gioco delle bocce

Olio su tela, cm 43 x 65

Con cornice, 54,5 x 76

 

Perizia Prof. Alberto Crispo

 

Il dipinto qui illustrato raffigura dei contadini che giocano a bocce nei pressi di un casolare, mentre uno di loro offre dei dolci a una bambina. La tela, a mio parere, è riconducibile alla mano di Pietro Domenico Olivero (Torino, 1° agosto 1679 – 13 gennaio 1755), come rivelano i confronti con altre opere dell’artista, quali la Festa di contadini già presso la Galleria Gilberto Zabert di Torino, dove ritroviamo un’impaginazione del tutto simile, con le figure assiepate nei pressi dell’edificio, collocato sulla sinistra, e alcune masserizie accatastate a destra, tra cui un paiolo di rame quasi identico a quello tratteggiato nel nostro dipinto. Ma si vedano anche altri soggetti simili dipinti dall’artista torinese, come il Gioco delle bocce già presso la Galleria Cantore di Modena o l’altra versione sul mercato genovese nel 2019, che, pur radicalmente diverse sul piano compositivo, confermano l’interesse del pittore per i temi giocosi e manifestano gli stessi modi nel delineare i personaggi, con pennellate sintetiche e robuste. L’artista nacque a Torino, nella parrocchia di San Tommaso, il 1° agosto 1679 da Giovanna e Francesco, di professione intagliatore. Si formò presso la bottega del pittore e architetto Melchiorre Baldassarre Bianco. Fu apprezzato da Vittorio Amedeo II di Savoia, che gli commissionò dipinti per la Venaria Reale (1714), per il Palazzo Reale di Torino (1716) e per il castello di Rivoli (1724), oltre che dai suoi ministri Pietro Mellarède e Carlo Vincenzo Ferrero di Roasio marchese d’Ormea le cui collezioni contavano molte prove del pittore. Il successo sulla scena artistica torinese gli valse l’elezione a priore dell’Accademia di San Luca di Torino (1726). Nel 1731 dipinse le undici tele con Storie di santi francescani nella sacrestia della chiesa di San Tommaso a Torino, mentre nel 1734 realizzò le Nozze di Cana per il santuario di Oropa. Le committenze sabaude continuarono con le dieci tele eseguite per il castello di Agliè (1737), la decorazione della terza camera degli Archivi nuovi nel Palazzo Reale di Torino (1739-41) e la trentina di opere per la palazzina di caccia di Stupinigi (1748-51). Il pittore di misurò anche nella progettazione di scenografie per il teatro Regio di Torino (1745-46).  Fece testamento il 15 novembre 1754 e morì nella città natale il 13 gennaio 1755. Le scene di genere dell’Olivero, come quella qui commentata, rivelano l’attenzione per la pittura fiamminga, in particolare di David Teniers il Giovane, Peter Mauritz Bolckman, Theodor Helmbreker e Cornelis de Wael, oltre che per i bamboccianti romani, come Pieter van Laer, Michelangelo Cerquozzi e Jan Miel. Suoi allievi e continuatori della sua maniera furono Angela Maria Pittetti e Giovanni Michele Graneri.

 

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